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	<title>Fondazione Impresa</title>
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	<description>Studi sulle Piccole Imprese e la Green Economy. P IVA/CF : 9013902027 Tutti i diritti riservati. Credits: www.interacom.it</description>
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		<title>Prorogati ecobonus e agevolazioni per le ristrutturazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 08:41:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con il Decreto Legge approvato l’ultimo giorno di maggio del 2013 trovano conferma le agevolazioni per la riqualificazione energetica degli edifici e per le ristrutturazioni edilizie. Per quanto concerne le prime, “ecobonus”, dal 1° luglio 2013 le detrazioni fiscali vengono innalzate dal 55% al 65% e saranno valide fino alla fine del 2013; è prevista, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10.0pt; line-height: 150%; font-family: &quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;; mso-bidi-font-family: Tahoma;">Con il Decreto Legge approvato l’ultimo giorno di maggio del 2013 trovano conferma le <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">agevolazioni</strong> per la<strong style="mso-bidi-font-weight: normal;"> riqualificazione energetica degli edifici</strong> e per le <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">ristrutturazioni edilizie</strong>. Per quanto concerne le <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">prime</strong>, “<strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">ecobonus</strong>”, <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">dal 1° luglio 2013 le detrazioni fiscali vengono innalzate dal 55% al 65% e saranno valide fino alla fine del 2013</strong>; è prevista, inoltre, una estensione fino al 30 giugno del 2014 per gli interventi di carattere più importante che riguardano l’intero edificio (insistendo su almeno il 25% dell’involucro). Le seconde, <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">agevolazioni per le ristrutturazioni edilizie</strong>, <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">vengono prorogate fino al 31 dicembre 2013</strong> mantenendo invariata la percentuale di detrazione dall’IRPEF e il tetto di 96 mila euro degli importi che usufruiscono dello sconto. Un’importante <strong style="mso-bidi-font-weight: normal;">novità riguarda l’estensione delle detrazioni anche all’acquisto dei mobili </strong>destinati all’arredo della casa ristrutturata, che fruiranno quindi di una detrazione IRPEF del 50% fino ad un tetto massimo di 10 mila euro.<span style="mso-spacerun: yes;"> </span>Il decreto legge, come si legge nel sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, “ha l’obiettivo di: promuovere il miglioramento della prestazione energetica degli edifici; favorire lo sviluppo, la valorizzazione e l’integrazione delle fonti rinnovabili negli edifici; sostenere la diversificazione energetica; promuovere la competitività dell’industria nazionale attraverso lo sviluppo tecnologico; conseguire gli obiettivi nazionali in materia energetica e ambientale”. </span></p>
<p><!--[endif] --></p>
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		<title>L’Italia guadagna in libertà economica</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 12:39:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dal 92° al 83° posto! L’Italia guadagna 9 posti nella classifica della libertà economica redatta dall’Heritage Foundation in collaborazione con The Wall Street Journal per il 2013. L’indice, che prende in considerazione 10 macrovariabili, evidenzia comunque le criticità italiane che si traducono in un posizionamento molto distante dai principali competitor europei. Si pensi che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 92° al 83° posto! <strong>L’Italia guadagna 9 posti nella classifica della libertà economica </strong>redatta dall’Heritage Foundation in collaborazione con The Wall Street Journal per il 2013. <strong>L’indice</strong>, che prende in considerazione 10 macrovariabili, <strong>evidenzia comunque le criticità italiane</strong> che si traducono in un <strong>posizionamento molto distante dai principali competitor europei</strong>. Si pensi che il Regno Unito è al 14° posto, la Germania al 19° e la Spagna al 46°; solo in qualche misura l’Italia si avvicina alla Francia che si posiziona comunque 29 posti più in alto in classifica. Il miglioramento da parte dell’Italia viene individuato con riferimento al mercato del lavoro (variabile labour freedom), alla spesa pubblica (government spending) e al grado di libertà negli investimenti. Questi risultati positivi contribuiscono all’incremento dell’indice complessivo di libertà economica (business freeedom) che sale da 58,6 del 2012 a 60,6 nel 2013. Anche se si tratta di un miglioramento di minima, l’effetto mediatico è comunque non trascurabile. Ed in effetti, <strong>il punteggio dell’Italia supera finalmente la soglia critica dei 60 punti</strong>, <strong>al di sotto della quale un paese viene considerato praticamente non libero</strong> dal punto di vista economico (addirittura represso se l’indice è inferiore a 50). Ecco come, secondo quanto elaborato dall’Heritage Foundation in collaborazione con The Wall Street Journal, l’Italia del 2013 è almeno un paese “moderatamente libero”.</p>
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		<title>Nel 2013 tempi di pagamento a 30 giorni per la PA</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2013 10:14:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’Italia è stato il primo grande Paese a recepire con alcuni mesi di anticipo la Direttiva Europea sui pagamenti (il terzo in ordine di tempo dopo Cipro e Malta). Il termine per il recepimento della direttiva era fissato al 16 marzo 2013 ma con l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legislativo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia è stato il<strong> primo grande Paese a recepire </strong>con alcuni mesi di anticipo la <strong>Direttiva Europea sui pagamenti </strong>(il terzo in ordine di tempo dopo Cipro e Malta). Il termine per il recepimento della direttiva era fissato al 16 marzo 2013 ma con l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legislativo che <strong>recepisce la direttiva 2011/7/UE </strong>sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali tra imprese (e tra Pubbliche Amministrazioni e imprese) viene attuata la delega conferita al Governo con l’articolo 10 della legge n. 180 del 2011 (<strong>Statuto delle imprese</strong>). La <strong>disciplina</strong> del decreto legislativo 9 novembre 2012, n.192 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 15/11/2012) <strong>si applica ai contratti conclusi a partire dal 1° gennaio 2013</strong>. In particolare:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li> i <strong>pagamenti della PA </strong>(salvo alcune eccezioni, vedasi punto 2) <strong>non potranno superare i 30 giorni </strong>dal ricevimento della fattura (oppure, quando non c’è data certa di arrivo della fattura, 30 gg dalla consegna della merce o dalla prestazione dei servizi);</li>
<li><strong>è prevista</strong> tuttavia <strong>la proroga a 60 gg. per le imprese pubbliche e altre Pubbliche Amministrazioni </strong>ma questa deve essere giustificata “dalla natura e dall’oggetto del contratto” e previo accordo espresso e scritto delle parti;</li>
<li>per le <strong>aziende pubbliche sanitarie</strong> è previsto invece un<strong> termine di 60 gg</strong>;</li>
<li>i <strong>tempi di pagamenti tra imprese potranno superare i 30 gg ma non i 60 gg</strong>; eventuali pagamenti oltre i 60 giorni potranno essere pattuiti solo alla condizione che non siano “gravemente iniqui per il creditore” e la clausola deve essere provata per iscritto;</li>
<li>gli interessi di mora decorrono in automatico dal giorno successivo alla scadenza del termine di pagamento (non è quindi necessario una richiesta scritta del debitore di adempiere all’obbligo);</li>
<li>le <strong>Pubbliche Amministrazioni non possono più derogare all’applicazione degli interessi legali di mora </strong>che dunque sono vincolanti;</li>
<li>i privati possono, in alcuni specifici casi, riservarsi della facoltà di derogare all’applicazione degli interessi legali di mora, previo accordo tra le parti (applicazione di interessi moratori cioè liberamente determinati dalle parti);</li>
<li>gli interessi legali di mora sono calcolati su base giornaliera ad un tasso pari al tasso di riferimento della BCE (operazioni di rifinanziamento principali) maggiorato di 8 punti percentuali.</li>
</ol>
<p>Si auspica che queste misure contribuiscano a ridurre i tempi di pagamento risolvendo i problemi di scarsa liquidità che stanno vivendo le piccole imprese italiane, specie per quelle che hanno rapporti commerciali con la PA.</p>
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		<title>Piccole imprese venete nel tunnel della crisi</title>
		<link>http://www.fondazioneimpresa.it/archives/3967</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Nov 2012 12:41:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le piccole imprese venete sono ritornate nel pieno della recessione e il 77,4% di quelle intervistate da Fondazione Impresa dichiara di non essere uscita dalla crisi. Si tratta di una quota molto più elevata rispetto a quanto rilevato nel II semestre del 2011, quando le piccole imprese venete in crisi erano meno del 65%. Le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Le piccole imprese venete sono ritornate nel pieno della recessione e il 77,4% di quelle intervistate da Fondazione Impresa dichiara di non essere uscita dalla crisi. Si tratta di una quota molto più elevata rispetto a quanto rilevato nel II semestre del 2011, quando le piccole imprese venete in crisi erano meno del 65%. Le piccole imprese venete soffrono comunque di meno rispetto a quanto si rileva per il Nord Est dove più di 8 piccole imprese su 10 (l’82,0%) stanno vivendo la crisi. Come emerge da questa indagine – commentano i ricercatori di Fondazione Impresa – la crisi sta colpendo duramente anche le aree più dinamiche e tale risultato si evince dalle difficoltà che stanno riscontrando le piccole imprese venete in tutti i principali settori economici. Considerando la crisi come un tunnel lungo 100 metri, le piccole imprese venete si ritrovano al metro 70,2 e retrocedono di 1,8 m rispetto a quanto registrato nel II sem del 2011. La magra consolazione – rimarcano i ricercatori di Fondazione Impresa – riguarda la performance meno negativa registrata dalle imprese venete rispetto alle altre realtà territoriali; infatti, nel tunnel della crisi sono più avanti i piccoli imprenditori veneti (70,2m) che si posizionano meglio del Nord Est (69,8m) ma soprattutto delle altre aree geografiche: le piccole imprese del Nord Ovest sono al metro 66,7 mentre nel Centro e nel Sud Italia non viene superata la soglia dei 60m. Nonostante le principali variabili economiche risultino in flessione le esportazioni delle piccole imprese venete e del Nord Est continueranno a crescere nella seconda parte del 2012 (+2,0% e +1,2% rispetto al I sem 2012); i mercati internazionali – richiamano i ricercatori di Fondazione Impresa – rappresentano attualmente l’unica valvola di sfogo per le piccole imprese venete e nordestine che con il loro contributo stanno limitando i danni di un anno di recessione. E alla crisi si aggiungono altre criticità: i tempi di pagamento sono ancora troppo elevati (in media 106,7 con la Pubblica Amministrazione e 85,6 con i privati). Il recepimento della Direttiva Europea sui pagamenti da parte dell’Italia prevede che dal 1° gennaio 2013 le imprese vengano saldate entro 30 gg o al massimo 60 gg; si tratta – per i ricercatori di Fondazione Impresa – di una boccata d’ossigeno per le piccole imprese anche se i tempi di pagamento sui crediti pregressi rimangono elevati.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I PRINCIPALI RISULTATI</strong></p>
<ul>
<li>
<div style="text-align: justify;">In Veneto il <strong>77,4% delle piccole imprese</strong> (meno di 20 addetti) <strong>è nel pieno della crisi economica</strong>. Le <strong>piccole imprese venete vanno tuttavia meno peggio </strong>delle altre realtà territoriali: sono al metro 70,2 del <strong>tunnel della crisi</strong>, meglio della media del Nord Est (69,8m) ma soprattutto del Nord Ovest (66,7m).</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;">Le <strong>esportazioni </strong>delle piccole imprese<strong> continuano a crescere</strong>: nel I sem 2012 +2,6% in Veneto e + 2,2% nel Nord Est e, in previsione, <strong>+2,0% in Veneto e +1,2% nel Nord Est nel II semestre del 2012</strong>.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;">Le <strong>previsioni </strong>sono <strong>poco incoraggianti e appena il 14,6% delle piccole imprese venete ritiene di uscire dalla crisi entro la fine dell’anno</strong> (il 15,3% per il Nord Est).</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;">I <strong>tempi di pagamento </strong>sono <strong>lunghi</strong> e una <strong>piccola impresa veneta</strong> <strong>deve attendere 106,7 giorni</strong> con la PA.</div>
</li>
<li>
<div style="text-align: justify;">Questi i principali risultati di un’<strong>indagine condotta da Fondazione Impresa su un campione di 1.200 piccole imprese in Italia</strong>. Per il <strong>Veneto si è effettuato un sovra campionamento</strong> della regione in modo da raggiungere le <strong>250 unità intervistate</strong>.</div>
</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong>IMPRESE VENETE NEL PIENO DELLA CRISI</strong><strong> </strong>| Appena 2 piccole imprese venete su 10 (il 22,6%) ritengono di essere uscite dalla crisi economica. Il dato preoccupa in quanto<strong> il 77,4% delle piccole imprese venete si trovano nel pieno della recessione: </strong>la quota di aziende in crisi è aumentata di più di 12 punti % rispetto a quanto registrato nel II sem 2011 (era al 64,7%). Il <strong>Nord Est</strong> <strong>va peggio con più di 8 piccole imprese su 10</strong> (l’82,0%) <strong>dentro il tunnel della crisi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>TUNNEL DELLA CRISI</strong><strong> </strong>| Rappresentando la <strong>crisi economica come un <span style="text-decoration: underline;">tunnel lungo 100 metri</span></strong>, si è chiesto alle piccole imprese di indicare a che punto si posizionano. Le<strong> piccole imprese del Nord Est soffrono meno delle altre; si ritrovano al metro 69,8 del tunnel</strong>,<strong> più prossime alla luce rispetto alle “cugine” del Nord Ovest </strong>(66,7m)<strong> </strong>e staccano nettamente quelle del Centro e del Mezzogiorno (a 59,3m e 57,6m). Le <strong>piccole imprese venete si comportano meglio di quelle del Nord Est posizionandosi oltre la soglia dei 70 metri</strong>, grazie alle performance registrate nelle province di Vicenza e di Padova che contrastano i risultati poco incoraggianti di Belluno e Rovigo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SETTORI ECONOMICI</strong> | Per le <strong>piccole imprese venete la crisi è più evidente nel commercio</strong> (qui i piccoli imprenditori si posizionano a 65,2 metri) <strong>e </strong><strong>nell’artigianato</strong> (67,3m) mentre <strong>per</strong> <strong>la</strong> <strong>piccola impresa manifatturiera e i servizi la situazione è un po’ meno preoccupante</strong>: entrambi i settori si collocano al di sopra dei 70m (rispettivamente 72,6m e 73,1m) ma è evidente come, rispetto al II sem del 2011, la situazione sia peggiorata<strong> </strong>(sono arretrati di 2,1m e di 1,5 m). Dal momento che tutti i settori arretrano (rispetto al II sem del 2011) la crisi è ormai una triste realtà anche per gli imprenditori veneti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>VARIABILI IN FLESSIONE </strong>| L’<strong>avvento della crisi</strong> <strong>viene confermato dall’andamento delle principali variabili economiche </strong>rilevate presso le piccole imprese. A livello congiunturale (rispetto al II sem del 2011), <strong>le piccole imprese venete hanno registrato cali della produzione/domanda</strong> (-0,4%), <strong>del fatturato</strong> (-0,2%) e <strong>dell’occupazione </strong>(-0,3%). Gli ordinativi sono scesi addirittura dello 0,8% e tale risultato si tradurrà in una contrazione della produzione e del fatturato nel semestre in corso (-0,3% e -0,2% secondo le previsioni rispetto al I sem del 2012).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LA SPINTA DELL’EXPORT </strong>| Le notizie positive vengono dalle esportazioni: <strong>le piccole imprese venete registrano una crescita sostenuta dell’export </strong>(<strong>+2,6% </strong>nel I sem 2012 rispetto al II sem 2011)<strong> e i mercati internazionali hanno consentito di limitare la performance negativa generale</strong>. Le previsioni per il semestre in corso sono incoraggianti: l’<strong>export delle piccole imprese venete dovrebbe crescere ancora del 2,0%</strong>, un tasso quasi doppio di quanto fatto registrare dalle piccole imprese del Nord Est (+1,2%).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>QUANDO L’USCITA DAL TUNNEL? </strong>| Le <strong>previsioni per la fine dell’anno </strong>sono <strong>poco incoraggianti e appena il 14,6% delle piccole imprese venete ritiene di uscire dalla crisi entro la fine dell’anno</strong> <strong>in corso</strong> nonostante la previsione di leggera ripresa degli ordinativi (+0,2% rispetto al I sem 2012). Per i piccoli imprenditori veneti la luce è lontana tant’è che il 43,6% di loro ritiene di uscirne dopo il 2012 (verosimilmente nel 2013) e il 35,3% sostiene che le difficoltà perdureranno per molto tempo (per più anni).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>TEMPI DI PAGAMENTO TROPPO LUNGHI </strong>| Anche le <strong>piccole imprese del Veneto</strong> stanno vivendo il dramma dei tempi di pagamento: <strong>con la PA queste devono aspettare mediamente 106,7 giorni</strong> (85,6 giorni con i privati). Nel raffronto con i tempi registrati per il Nord Est, le <strong>piccole imprese venete soffrono di più nei rapporti tra privati </strong>(incassando mediamente in 85,6 giorni rispetto agli 80,0 giorni del Nord Est) mentre la PA è leggermente più puntuale con le piccole imprese venete (106,7<br />
giorni vs 108,3 giorni per il complesso delle piccole realtà imprenditoriali del Nord Est). <strong>Artigianato e piccola impresa manifatturiera attendono più</strong> <strong>di 4 mesi</strong>: la PA impiega mediamente 123,5 giorni per saldare un’impresa<br />
artigiana veneta e 124,9 giorni per una piccola impresa manifatturiera. Nel I sem del 2012 i tempi di pagamento si sono ridotti leggermente ma rimangonocomunque elevati e rispetto al I semestre del 2011 (19,5 giorni in più per le piccole imprese venete da parte della PA e 20,9 giorni in più nei rapporti tra privati).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneimpresa.it/wp-content/uploads/2012/11/Com-Stampa_Tunnel-crisi-Veneto-FONDAZIONE-IMPRESA.pdf">Com Stampa_Tunnel crisi Veneto &#8211; FONDAZIONE IMPRESA</a></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Tempi pagamento: più di 100 giorni d&#8217;attesa per le piccole imprese</title>
		<link>http://www.fondazioneimpresa.it/archives/3956</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Oct 2012 14:19:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneimpresa.it/wp-content/uploads/2012/10/iStock_000001330288Small.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-4035" title="iStock_000001330288Small" src="http://www.fondazioneimpresa.it/wp-content/uploads/2012/10/iStock_000001330288Small-150x150.jpg" alt="" width="128" height="128" /></a><em>“Sono più di 100 i giorni che la Pubblica Amministrazione ha impiegato mediamente nel I semestre 2012 per pagare le piccole imprese italiane. Questi i risultati che emergono dall’Indagine sui Tempi di Pagamento effettuata da Fondazione Impresa su un campione di 1.200 piccole aziende italiane con meno di 20 addetti. Si tratta di tempistiche che – come sostengono i ricercatori di Fondazione Impresa – mettono in crisi le piccole realtà aziendali; con l’acuirsi della crisi economica queste stanno soffrendo sempre di più, specie per la mancanza di liquidità. Le piccole imprese cercano di reagire attuando politiche e strategie per anticipare gli incassi (il 35% di queste ha adottato misure in questa direzione) e stanno sfruttando, almeno in parte, le azioni messe in campo dal Governo per contrastare la lotta ai pagamenti che riguardano la certificazione dei crediti </em><em>vantati con la Pubblica Amministrazione e la compensazione dei crediti con debiti: quasi 1 impresa su 4 (il 22,7%) si è informata sulla questione o ha già avviato le pratiche. I tempi di pagamento sono comunque in miglioramento</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> rispetto alla precedente indagine di Fondazione Impresa (relativa ai tempi medi del II sem. 2011) e questo segnale è incoraggiante in quanto sembra che le campagne di sensibilizzazione legate al tema dei ritardi dei pagamenti e le misure introdotte dal Governo stiano portando i primi effetti positivi.  La piaga dei ritardi di pagamento  – proseguono i ricercatori di Fondazione Impresa – non è ovviamente risolta e l’auspicio è quello che la Direttiva Europea sui tempi di pagamento che stabilisce pagamenti entro 30 o al massimo a 60 giorni trovi una piena applicazione in Italia. Si tratta di una risposta<br />
necessaria che le piccole imprese attendono con impazienza in modo da  risolvere i problemi di liquidità che uniti alla recessione  stanno mettendo a rischio la loro sopravvivenza”.</em></p>
<p><strong>PRINCIPALI RISULTATI</strong></p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">I <strong><span style="text-decoration: underline;">tempi medi di pagamento</span></strong> dei clienti privati sono pari a 77,1 giorni mentre nel caso della Pubblica Amministrazione le piccole imprese (&lt;20 addetti) devono attendere 104,5 giorni.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Con la PA sono</strong><strong>l’artigianato</strong> (127,1 giorni) e <strong>le piccole imprese manifatturiere</strong> (121,8 gg) <strong>a soffrire di più dei ritardi</strong>, così come le piccole imprese del Sud (112,8 gg) e del Nord Est (108,3 gg).</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Le piccole imprese stanno attuando politiche per ridurre i tempi di incasso (35%) e</strong>, con riferimento ai ritardi della PA,<strong> il 22,7% delle imprese sta utilizzando le misure di contrasto definite dal Governo </strong>(certificazione dei crediti e compensazione crediti-debiti).</li>
<li style="text-align: justify;">Questi i principali risultati dell’indagine condotta da <strong>Fondazione Impresa</strong> sui tempi di pagamento delle piccole imprese (<strong>campione di  1.200 imprese</strong> con meno di 20 addetti).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong>RISULTATI GENERALI</strong> | Le piccole imprese soffrono dei problemi di liquidità generati dal fenomeno dei ritardi di pagamento. <strong>Se i clienti privati pagano le piccole imprese in 77,1 giorni nel caso della Pubblica Amministrazione i tempi superano i 100 giorni</strong> (104,5 per l’esattezza).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IN QUALI SETTORI</strong> | Per i pagamenti della <span style="text-decoration: underline;">Pubblica Amministrazione</span> <strong>attendono di più le imprese artigiane </strong>(127,1 giorni)<strong> e le piccole imprese manifatturiere</strong> (121,8 giorni); va leggermente meglio per le imprese dei servizi che attendono 105,7 giorni mentre nel commercio i tempi “scendono” a 83,0 giorni.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Nelle transazioni commerciali tra privati</span> <strong>sono sempre le imprese artigiane a soffrire di più</strong> (89,3 giorni i tempi medi per l’incasso); seguono la piccola impresa manifatturiera (84,5 giorni), i servizi (77,0 giorni) e il commercio (41,9 giorni) che si conferma il comparto che risente di meno della problematica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DOVE</strong> | La <strong>questione dei tempi di</strong> <strong>pagamento trova più difficoltà nel Mezzogiorno</strong> dove una piccola impresa deve attendere in media 112,8 giorni per incassare le prestazioni effettuate con la PA <strong>ma anche nel Nord Est</strong> dove si registrano 108,3 gg di attesa con la PA e 80 gg nelle transazioni con i privati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>POLITICHE PER RIDURRE I TEMPI DI PAGAMENTO</strong> | Per superare la piaga del ritardo dei pagamenti <strong>quasi 4 imprese su 10</strong> (il 35,0%) <strong>hanno adottato misure specifiche per l’incasso</strong> come pagamenti a vista/richieste d’anticipo (70,3%), la stipula di polizze a copertura degli insoluti (20,3%) e procedure di recupero del credito (9,4%). Di converso, quasi 1 impresa su 2 (il 47,9%) non ha studiato ancora misure per risolvere i problemi di liquidità mentre meno di 2 imprese su 10 (il 17,1%) non ha difficoltà nel riscuotere i crediti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono proprio le imprese che soffrono di più dei ritardi di pagamento </strong>(artigianato e piccola impresa manifatturiera) <strong>ad aver adottato con più decisione le misure per accorciare i tempi d’incasso</strong>: il 48,2% delle piccole imprese manifatturiere e il 45,8% di quelle artigiane contro un dato medio del 35,0% (totale settori).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GRADO DI CONOSCENZA MISURE INTRODOTTE DAL GOVERNO </strong>| Fondazione Impresa ha altresì indagato sul grado di conoscenza delle misure introdotte dal Governo <strong>per rimediare alla questione dei ritardi di pagamento della PA nei confronti delle imprese</strong> (certificazione dei crediti e misure per anticiparne la riscossione). <strong>Il 22,7% delle imprese si è già informato o ha avviato le pratiche per ottenerne la certificazione dei crediti</strong> mentre 4 imprese su 10 non conoscono ancora come beneficiarne o devono informarsi. Un’altra fetta di imprese (il 22,8%) ha invece dichiarato di non essere interessato alle misure introdotte dal Governo mentre il 14,5% ritiene che si tratti di procedure troppo complesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>SPIRAGLI POSITIVI? TEMPI DI PAGAMENTO IN DIMINUZIONE, MA LONTANI DA OBIETTIVI UE</strong> | <strong>Nel I semestre 2012 si è verificata una diminuzione dei tempi di attesa</strong>: 104,5 gg quelli della PA (contro i 122,3 gg del II sem. 2011) e 77,1 gg. nelle transazioni commerciali con i privati (contro i 86,5 gg precedenti). <strong>Tuttavia</strong>,<strong> </strong>come richiamato nelle tabelle seguenti, <strong>rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente</strong> (I sem 2011) <strong>i tempi di pagamento sono comunque più elevati</strong> (di 12,4 giorni nel caso della PA e di 30,2 giorni nel caso dei privati) <strong>e lontani dagli obiettivi dell’Unione Europea</strong> che con la direttiva sui pagamenti prevede saldi a 30 giorni o al massimo 60 giorni. Si auspica che il lancio della <strong>campagna europea contro i ritardi di pagamento</strong> (tappa italiana il <strong>5 ottobre 2012 a Roma</strong>) contribuisca ad una veloce applicazione della direttiva europea sui pagamenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneimpresa.it/wp-content/uploads/2012/10/Com-Stampa_Tempi-di-pagamento-051020121.pdf">Com Stampa_Tempi di pagamento 05102012</a></p>
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		<title>Pagamenti a 30 giorni tra imprese?</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Sep 2012 15:42:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La commissione delle Attività produttive ha approvato in data 20 settembre 2012 un disegno di legge affinché le imprese rispettino i 30 giorni nella liquidazione dei pagamenti. Si tratta di un passo in avanti verso il recepimento della Direttiva UE sui pagamenti che impone tempi di liquidazione di 30 giorni estendibili, su deroga, al massimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La commissione delle Attività produttive ha approvato in data 20 settembre 2012 un d<strong>isegno di legge</strong> affinché le imprese rispettino i <strong>30 giorni nella liquidazione dei pagamenti</strong>. Si tratta di un passo in avanti verso il recepimento della <strong>Direttiva UE sui pagamenti</strong> che impone tempi di liquidazione di <strong>30 giorni</strong> estendibili, su deroga, al massimo a <strong>60 giorni</strong>. Il disegno di legge <strong>verte esclusivamente sui pagamenti tra imprese</strong> e non prende in considerazione quindi i ritardi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione. Si fa tuttavia presente che la partita dei pagamenti della PA è stata già inserita nello <strong>Statuto delle imprese</strong> che prevede, di fatto, che entro novembre il Governo eserciti la delega per regolare la questione. <strong>Buone notizie per le piccole imprese?</strong> Sì se gli iter proseguiranno a ritmi veloci in modo che almeno una delle criticità che attanagliano la piccola impresa (ritardi dei pagamenti) venga presto risolta.</p>
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		<title>Crescono gli italiani eco-friendly: l&#8217;83,6% adotta almeno 6 comportamenti green</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Aug 2012 07:19:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[NEW - Secondo la 2° edizione dell’Indagine sui comportamenti eco-sostenibili degli italiani, realizzata da Fondazione Impresa isolando dieci comportamenti eco-sostenibili tra quelli suggeriti dalla Commissione Europea e sottoponendoli alla verifica di un campione di 600 soggetti, l’83,6% degli italiani adotta nella propria vita quotidiana almeno 6 abitudini verdi. Un dato in crescita rispetto all’anno scorso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #ff0000;"><strong>NEW </strong></span>- Secondo la <strong>2° </strong>edizione dell’<strong>Indagine sui comportamenti eco-sostenibili degli italiani</strong>, realizzata da <strong>Fondazione Impresa</strong> isolando dieci comportamenti eco-sostenibili tra quelli suggeriti dalla Commissione Europea e sottoponendoli alla verifica di un campione di 600 soggetti, l’<strong>83,6% </strong>degli italiani adotta nella propria vita quotidiana <strong>almeno 6 abitudini verdi</strong>. Un dato in crescita rispetto all’anno scorso, quando ammontava al 73,0%. <span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p>In particolare, secondo l’<strong>Identikit del cittadino eco-sostenibile </strong>tracciato da Fondazione Impresa, i perfetti <strong>“cittadini eco-sostenibili”</strong>, che cioè adottano tra 8 e 10 abitudini verdi, sono il <strong>42,8%</strong>. Si tratta per lo più di donne, tra i 35 e i 54 anni, del Nord e diplomate. Gli <strong>“eco-sensibili”</strong>, che adottano tra 6 e 7 abitudini verdi, sono il <strong>40,8%</strong>. Si tratta per lo più di uomini, tra i 18 e i 35 anni, del Centro e laureati. Gli <strong>“eco-ordinari”</strong>, che adottano tra  4 e 5 abitudini verdi, sono il <strong>13,0%</strong>. Si tratta per lo più di donne, over 55, del Sud e con la scuola dell’obbligo. Gli <strong>“eco-indifferenti”</strong>, infine, che adottano fino a 3 abitudini verdi, sono appena il <strong>3,4%</strong>. Si tratta per lo più di uomini, tra i 18 e i 34 anni, del Sud e laureati.</p>
<p>L’identikit del cittadino eco-sostenibile del 2012 smentisce alcuni cliché o quantomeno registra alcune <strong>significative inversioni di tendenza</strong>. Tra i cittadini virtuosi hanno fatto finalmente il proprio ingresso gli <strong>uomini</strong> (anche se alcuni di loro continuano ad alimentare lo zoccolo duro degli eco-indifferenti) mentre la sensibilità ambientale è diventata una qualità anche dei cittadini del <strong>Centro</strong>, e non solo del Nord, confermando una tendenza che Fondazione Impresa ha già rilevato con l’Indice di Green Economy 2012. Quanto all’età, invece, nessuna smentita: sono gli <strong>under 55</strong> i più proattivi nell’adozione di comportamenti eco-sostenibili.</p>
<p>Nella <strong>top five delle abitudini verdi</strong>, si colloca al 1° posto l’<strong>utilizzo di lampadine a basso consumo </strong>(<strong>96,7%</strong> degli italiani, + 7,9 punti percentuali rispetto all’anno scorso;); al 2° l’attenzione riposta nel <strong>non sprecare acqua</strong> (<strong>93,7%</strong>, &#8211; 1,1 punti percentuali);  al 3° la <strong>raccolta differenziata</strong> (<strong>90,7%</strong>, +15,7 punti percentuali); al 4° il <strong>consumo di prodotti agro-alimentari locali, di stagione o biologici</strong> (<strong>89,3%</strong>, +4,8 punti percentuali) e al 5° la <strong>limitazione dell’uso dell’impianto di riscaldamento e/o raffrescamento</strong> (<strong>80,0%</strong>, -2,5 punti percentuali).</p>
<p>Rispetto ai dieci comportamenti eco-sostenibili selezionati da Fondazione Impresa, è interessante rilevare che crescono i comportamenti che consentono un <strong>risparmio economico</strong> – come l’<strong>utilizzo di acqua di rubinetto</strong>, che tra il 2011 e il 2012 ha visto aumentare di 18,5 punti percentuali la quota di italiani che hanno adottato l’abitudine, o l’<strong>utilizzo di lampadine a basso consumo </strong>(+7,9) – ma anche quelli che hanno ricadute dirette in termini di <strong>protezione dell’ambiente</strong> – come la <strong>raccolta differenziata</strong> (+15,7). Interessante rilevare che anche le abitudini relative agli spostamenti quotidiani stanno progressivamente cambiando: la quota di italiani che <strong>preferisce i mezzi di trasporto pubblico e/o la bicicletta</strong> è aumentata di 6,8 punti percentuali, attestandosi al 65,4%, così come è aumentata quella di chi <strong>pianifica l’uso dell’auto in modo da condividerla con più persone</strong> (+6,4 punti percentuali), attestandosi al 39,4%, probabilmente risentendo degli effetti della crisi e del caro carburante.</p>
<p>Infine, <strong>9 italiani su 10</strong> ritengono che i <strong>comportamenti dei singoli cittadini sono in grado di incidere sullo sviluppo sostenibile</strong>, tuttavia rimangono degli ostacoli all’adozione di abitudini verdi che possono essere peraltro facilmente superati. Solo una parte marginale degli italiani (<strong>15,7%</strong>) non adotta comportamenti eco-sostenibili in quanto <strong>non interessata </strong>a farlo. La stragrande maggioranza è invece <strong>interessata</strong> a farlo (<strong>84,3%</strong>), ma in alcuni aspetti della propria vita è meno eco-friendly in quanto adottare abitudini verdi sarebbe <strong>troppo costoso </strong>in termini di tempo e denaro<strong> </strong>(50,7%), mancano<strong> servizi sufficienti </strong>a favorire l’adozione di comportamenti eco-sostenibili<strong> </strong>(24,5%), <strong>non saprebbe cosa fare concretamente </strong>(14,0%) e <strong>non esiste un preciso un’obbligo di legge </strong>(10,8%).</p>
<p><em>“La diffusione di una maggiore consapevolezza sulla necessità di proteggere l’ambiente e in parte anche gli effetti della crisi che impongono ai cittadini di risparmiare (energia e risorse) stanno agendo congiuntamente e ponendo le basi di un nuovo modo di essere e consumare, di una «società eco-sostenibile». L’indagine sui comportamenti eco-sostenibili degli italiani lo conferma: comportamenti virtuosi – sostengono i ricercatori di Fondazione Impresa – smettono di essere eccezionali, diventando invece una routine di molti. Inoltre, l’adozione di abitudini verdi aumenta via via l’attenzione prestata alla protezione dell’ambiente, per cui un cittadino eco-sostenibile sarà anche un turista eco-sostenibile, un consumatore eco-sostenibile, un elettore eco-sostenibile e così via. Ciò significa che la domanda in termini di green economy è destinata ad aumentare, soprattutto a beneficio delle imprese che sapranno con la propria offerta darvi risposta”.</em></p>
<p><a href="http://www.fondazioneimpresa.it/wp-content/uploads/2012/07/Comunicato-stampa-e-tabelle1.pdf">Comunicato stampa e tabelle</a></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
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		<title>Green economy e piccole imprese: 1 su 4 usa tecnologie sostenibili</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jul 2012 09:46:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Secondo un’indagine realizzata da Fondazione Impresa su un campione di 600 piccole imprese manifatturiere (&#60; di 20 addetti), negli ultimi due anni, 1 impresa su 4 (25,0%) ha introdotto o utilizzato tecnologie o sistemi finalizzati alla riduzione dell’impatto ambientale. Si tratta di un dato significativo: oltre a ribadire la propensione delle piccole imprese a migliorare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo un’indagine realizzata da <strong>Fondazione Impresa</strong> su un campione di 600 piccole imprese manifatturiere (&lt; di 20 addetti), negli ultimi due anni<strong>, 1 impresa su 4 (25,0%)</strong> <strong>ha introdotto o utilizzato tecnologie o sistemi finalizzati alla riduzione dell’impatto ambientale</strong>. Si tratta di un dato significativo: oltre a ribadire la propensione delle piccole imprese a migliorare i propri processi produttivi in ottica sostenibile, le piccole imprese che introducono processi di riduzione dell’impatto ambientale concorrono esse stesse a formare quella domanda di <strong>nuovi beni e servizi verdi </strong>destinata a rendere appetibile economicamente la transizione verso la green economy e a generare la necessità di nuove professionalità, i cosiddetti green jobs.</p>
<p>Per l’introduzione o l’utilizzo di tecnologie o sistemi finalizzati alla riduzione dell’impatto ambientale gli <strong>investimenti</strong> delle piccole imprese arrivano nella maggior parte dei casi <strong>(87,8%) fino a 50.000 €</strong>. In particolare, la fascia di investimento che varia dagli 11 ai 25.000 euro è quella più gettonata, interessando il 48,1% delle piccole imprese intervistate.</p>
<p>Gli investimenti hanno riguardato soprattutto l’<strong>acquisto di macchinari e attrezzature a basso consumo (28,3%) </strong>e la <strong>riduzione degli imballaggi/uso di materiali riciclati (20,4%)</strong>, testimoniando che i processi di riduzione dell’impatto ambientale suscitano un maggiore interesse da parte delle imprese quando consentono la <strong>riduzione diretta dei costi di produzione</strong> e quindi la realizzazione di un risparmio economico e un aumento della competitività dell’impresa. Hanno avuto una certa diffusione, rappresentando una novità, anche i <strong>sistemi di gestione ambientale (17,8%)</strong>, i quali fino a poco tempo fa erano considerati troppo complessi rispetto alla realtà produttiva della piccola impresa. Seguono interventi di <strong>riqualificazione energetica degli edifici (16,4%)</strong> e l’installazione di <strong>pannelli fotovoltaici (15,1%)</strong>.</p>
<p>Per l’introduzione o l’utilizzo di tecnologie o sistemi finalizzati alla riduzione dell’impatto ambientale, le piccole imprese sono ricorse nella maggior parte dei casi a <strong>risorse proprie (41,7%)</strong>, seguono il<strong> credito (23,0%)</strong> e quindi forme di <strong>finanziamento o di incentivo pubblico (20,1%)</strong>. Il 7,2% delle piccole imprese ha ricevuto inoltre suggerimenti e altre forme di assistenza non finanziaria dalle Associazioni di Categoria e solo il 2,2% dalla Pubblica Amministrazione.</p>
<p>Nell’introduzione o utilizzo di processi di riduzione dell’impatto ambientale, più di una impresa su due <strong>(51,0%)</strong> ha incontrato <strong>difficoltà</strong> legate soprattutto alla presenza di una <strong>burocrazia complessa (76,7%)</strong>, testimoniando un problema cronico che va a svantaggio dell’innovazione anche in ottica sostenibile, poi in misura marginale alla presenza di <strong>costi molto elevati (13,7%)</strong>, alla mancanza di informazioni sulle tecnologie e i sistemi più adatti all’azienda (5,5%) e alla presenza di una legislazione non adatta alla realtà aziendale (4,1%).</p>
<p>Ciò nonostante, nei <strong>prossimi due anni</strong>, il <strong>28,6%</strong> delle piccole imprese intervistate ha intenzione di <strong>introdurre processi di riduzione dell’impatto ambientale</strong>. In particolare, ritorna a prevalere l’installazione di <strong>pannelli fotovoltaici (43,7%)</strong>, continua l’acquisto di macchinari e attrezzature a basso consumo (17,7%), segue poi la riqualificazione energetica degli edifici (15,8%), quindi l’utilizzo di sistemi di gestione ambientale (13,9%) e la riduzione degli imballaggi/uso di materiali riciclati (8,9%).</p>
<p><em>“Le piccole imprese italiane sembrano aver sposato appieno i principi della crescita sostenibile suggerita dall’Unione Europea. Nonostante i problemi cronici dell’Italia, in particolare la burocrazia complessa, e quelli attuali, come la difficoltà di accedere ai finanziamenti, le piccole imprese – sostengono i ricercatori di Fondazione Impresa – hanno intrapreso la via della transizione verde investendo in tecnologie e sistemi di riduzione dell’impatto ambientale, anche nell’ottica di abbattere i costi di produzione e quindi di aumentare la competitività. Il 25,0%, infatti, ha introdotto negli ultimi due anni tecnologie o sistemi finalizzati alla riduzione dell’impatto ambientale e il 28,6% intende farlo nei prossimi due anni. Inoltre, per l’87,4% delle piccole imprese intervistate è necessario che il sistema-Paese punti sulla green economy. Di queste, il 59,2% soprattutto per contribuire di più alla protezione dell’ambiente, il 24,0% soprattutto per allinearsi agli altri Paesi competitor e il 16,8% soprattutto per aumentare le occasioni di profitto delle aziende. Si tratta di una svolta epocale – sostengono i ricercatori di Fondazione Impresa – in quanto sostenibilità ambientale e competitività, in queste piccole realtà aziendali, vanno di pari passo, rinunciando all’antagonismo che ha caratterizzato le due dimensioni nell’economia tradizionale”.</em></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> <a href="http://www.fondazioneimpresa.it/wp-content/uploads/2012/07/Comunicato-stampa-e-tabelle.pdf">Comunicato stampa e tabelle</a></span></p>
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		<title>Edilizia sostenibile, un traino per la crescita</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jul 2012 09:58:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Rispetto all’anno scorso, è aumentato l’interesse degli italiani nei confronti della classe energetica della propria abitazione. Secondo un’indagine di Fondazione Impresa, coloro che hanno ricercato informazioni a riguardo sono passati dal 25,4% al 34,4%. Di questi solo uno su quattro lo ha fatto per adempiere ad un obbligo di legge, mentre il 52,5% è stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Rispetto all’anno scorso, è aumentato l’interesse degli italiani nei confronti della classe energetica della propria abitazione. Secondo un’indagine di Fondazione Impresa, coloro che hanno ricercato informazioni a riguardo sono passati dal 25,4% al 34,4%. Di questi solo uno su quattro lo ha fatto per adempiere ad un obbligo di legge, mentre il 52,5% è stato motivato da un interesse personale. La riqualificazione energetica della propria abitazione è un tema di grande interesse: il 57,0% degli italiani, infatti, con piccoli accorgimenti o veri e propri interventi di riqualificazione, ha reso la propria abitazione più efficiente. Ci sono tutti i presupposti – sostengono i ricercatori di Fondazione Impresa – perché la green economy trovi nell’edilizia sostenibile un settore di traino. Per questo è necessario che continui il sostegno al settore, che non deve essere fatto solo di incentivi, ma anche di servizi di informazione e di assistenza pratica da offrire all’utente finale. Tranne alcune esperienze locali di successo, su questo fronte il Paese sembra essere ancora in ritardo”.</em><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<p>Secondo un’indagine di <strong>Fondazione Impresa</strong>, realizzata su un campione di 600 soggetti, il <strong>34,4%</strong> degli italiani ha cercato <strong>informazioni sulla classe energetica </strong>della propria abitazione. Di questi, più della metà lo ha fatto <strong>per soddisfare un interesse personale (52,5%)</strong>, il <strong>26,3%</strong> per adempiere ad un <strong>obbligo di legge</strong> ed il restante <strong>21,2%</strong> <strong>non è riuscito ad ottenere le informazioni cercate.</strong></p>
<p>Degli italiani che non hanno cercato informazioni sulla classe energetica della propria abitazione (il restante 65,6%), più della metà (57,4%) lo ha fatto perché non interessato, il 34,4% perché non avrebbe saputo a chi rivolgersi, il 5,3% perché costa troppo e il 2,9% ha invece dichiarato di volerlo fare nei prossimi 12 mesi.</p>
<p>In particolare, le informazioni sulle classe energetica della propria abitazione interessano soprattutto gli italiani<strong> tra i 35 e i 54 anni</strong> (45,6%), in possesso di un <strong>titolo di studio alto</strong> (35,5%) e residenti nelle <strong>regioni centrali</strong> (37,0%).</p>
<p>Inoltre, secondo i risultati dell’indagine realizzata da <strong>Fondazione Impresa</strong>, più di un italiano su due (<strong>57,0%</strong>) ha <strong>introdotto accorgimenti oppure realizzato interventi finalizzati a rendere più efficiente la propria abitazione dal punto di vista energetico</strong>. La stragrande maggioranza di questi (<strong>83,4%</strong>) lo ha fatto prevalentemente per ottenere un <strong>risparmio economico</strong>, il <strong>14,0%</strong> soprattutto per <strong>contribuire alla protezione dell’ambiente</strong> e una parte marginale (<strong>2,6%</strong>) soprattutto perché ha potuto <strong>usufruire di incentivi pubblici</strong>.</p>
<p>Degli italiani che non hanno introdotto alcun accorgimento o realizzato interventi di riqualificazione energetica (il restante 43,0%), più della metà (51,1%) lo ha fatto in quanto non interessato, il 21,1% perché costa troppo, il 15,4% perché non avrebbe saputo come intervenire o a chi rivolgersi e il 12,4% ha dichiarato di volerlo fare nei prossimi 12 mesi.</p>
<p>Scarica le tabelle</p>
<p><a href="http://www.fondazioneimpresa.it/wp-content/uploads/2012/07/Comunicato-stampa_edilizia-sostenibile-un-traino-per-la-crescita.pdf">Comunicato stampa_edilizia sostenibile un traino per la crescita</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
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		<title>ISTAT: diminuiscono gli esportatori in Italia, ma il fatturato aumenta</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jul 2012 10:21:04 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’ultima analisi ISTAT sugli <strong>operatori commerciali all’esportazione</strong> evidenzia un valore costante nel quadriennio 2008-2011, che però soffre in modo marcato della situazione economica congiunturale. Nel 2011 sono 205mila gli operatori che effettuano <strong>vendite di beni all&#8217;estero</strong>, in lieve diminuzione (-0,2%) rispetto al 2010 e in linea con il valore rilevato nel 2008. Al netto dei micro-esportatori (con vendite all&#8217;estero inferiori a 75 mila euro), si contano circa 78mila operatori: nonostante l&#8217;aumento dell&#8217;1,8% registrato sul 2010, il loro numero è ancora inferiore del 2,8% rispetto a quello del 2008.</p>
<p>Parlando in termini di volumi, nel 2011 le vendite all&#8217;estero si collocano in crescita dell&#8217;1,9% rispetto al 2008. A tal riguardo l’incremento più elevato, con un +2,7%, viene rilevato per gli operatori con almeno 50 milioni di fatturato, mentre gli operatori appartenenti a <strong>classi di fatturato intermedie</strong> (fra i 0,75 e i 5 milioni, tipicamente <strong>piccole e medie imprese</strong>) fanno registrare un calo dell&#8217;export pari al 2%. Inoltre, sempre nel 2011 il valore delle vendite all&#8217;estero risulta in aumento rispetto al 2010 per tutte le classi di fatturato esportate. Anche la concentrazione delle esportazioni risulta in aumento: la quota delle vendite all&#8217;estero realizzata dai primi 1.000 operatori passa dal 48,4% del 2008 al 50% del 2011.</p>
<p>Con 43 mila presenze all&#8217;estero, il settore dei macchinari ed apparecchi si caratterizza per la più elevata <strong>numerosità di operatori all&#8217;export</strong>. I primi quattro paesi per numero di presenze sono la Germania (69 mila), la Francia (67 mila), la Svizzera (50 mila) e la Spagna (47 mila).</p>
<p>Malgrado le sostanziali differenze nella dimensione media degli operatori all&#8217;<strong>export per paese di sbocco</strong>, le dimensioni mediane (meno influenzate da valori estremi) confermano una presenza diffusa di micro-esportatori in tutte le aree di destinazione. L&#8217;Asia orientale rappresenta ad oggi la terza area geografica per numero di presenze di operatori commerciali italiani, superando l&#8217;America settentrionale di circa 1.300 presenze.</p>
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