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Osservatorio Congiunturale in Italia – 1° semestre 2010

“Le piccole imprese italiane verso l’uscita del tunnel della crisi. Nell’agenda delle priorità lo snellimento della macchina pubblica”

23 agosto 2010

Le piccole imprese italiane sono al metro 59 nel “tunnel della crisi”. È quanto emerge da un’indagine di Fondazione Impresa su 1200 piccole imprese alle quali è stato chiesto dove si posizionerebbero se il tunnel della crisi fosse lungo 100 metri.

Veneto, Economia&Società Nr. 28

“Economia della Cultura”

Smith e Ricardo, pur riconoscendo il carattere particolare del lavoro artistico, consideravano la cultura come l’ambito naturale del lavoro non produttivo; in poche parole, secondo loro, la cultura non poteva contribuire alla ricchezza dello Stato. Marshall aprì la strada all’analisi dei consumi artistici, sostenendo la legge per cui “più si ascolta la musica, più la si apprezza”; riconoscendo, cioè, che i consumi artistici costituiscono  l’eccezione alla teoria della diminuzione dell’utilità marginale. Keynes, invece, che pure era un accorto collezionista di opere d’arte, trascurò l’approccio economico alla cultura. Furono gli istituzionalisti americani, negli anni ’70, ad impegnarsi nel definire la rilevanza delle arti nella vita economica: Boulding nel 1978 considera le arti come un mezzo per creare e far circolare l’informazione; Galbraith nel 1973 prevede che le arti saranno chiamate ad assumere un’importanza economica crescente; Baumol e Bowen, con i loro studi sull’economia dello spettacolo dal vivo, tracciano le linee della futura economia della cultura. E, tuttavia, l’economia della cultura, sebbene nel 1994 abbia ricevuto il proprio riconoscimento istituzionale quando David Throsby pubblicò un survey nel “Journal of Economic Literature”, fatica ancora oggi a guadagnare spazio, anche all’interno degli ambienti accademici[1].

L’economia fa bene alla cultura?

di Michele Trimarchi

Università di Bologna

L’economia fa bene alla cultura? A partire dagli anni Sessanta la questione è all’ordine del giorno di un gruppo non troppo numeroso ma molto appassionato di studiosi internazionali. Alla radice, la percezione che i bilanci pubblici non siano illimitati (oggi va molto peggio, anche da questo punto di vista), e che le organizzazioni culturali debbano saper fare di conto, amministrandosi come piccole e medie imprese anziché come strutture informali in cui si fa molta poesia ma poco reddito.

La politica europea per il turismo: nuove opportunità per il territorio

di Lorella Di Giambattista

Università di Roma “Tor Vergata”

Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 dicembre 2009, ha attribuito all’Unione europea una competenza specifica in materia di turismo. In base all’articolo 6 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il turismo rientra tra le materie nelle quali l’Unione ha competenza per svolgere azioni intese a sostenere, coordinare o completare l’azione degli Stati membri. L’articolo 195 del medesimo Trattato affida all’Unione il compito di completare l’azione degli Stati membri nel settore del turismo, in particolare promuovendo la competitività delle imprese; più precisamente, l’azione dell’Unione è intesa a incoraggiare la creazione di un ambiente propizio allo sviluppo delle imprese e a favorire la cooperazione tra Stati membri, in particolare attraverso lo scambio delle buone pratiche. Al fine di realizzare questi obiettivi, le istituzioni europee deliberano secondo la procedura legislativa ordinaria, ovvero con decisione a maggioranza qualificata, stabilendo le misure specifiche destinate a completare le azioni svolte negli Stati membri, ad esclusione di qualsiasi armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari nazionali.